Solo la verità ci rende veramente liberi!

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mercoledì 5 marzo 2014

San Cirillo di Gerusalemme: parla alle persone del IV secolo d.C. o a tutti noi anche oggi?

  San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme e dottore della Chiesa
Catechesi in vista del Battesimo, n°1, 1.5




La quaresima conduce al battesimo nella notte di Pasqua, per il perdono dei peccati
 
    [« Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati” ] Voi che sarete battezzati, siete già discepoli della Nuova Alleanza e partecipi dei misteri di Cristo; già… vi siete fatti “un cuore nuovo e uno spirito nuovo”, per la gioia degli abitanti dei cieli… Avete intrapreso un buono e bellissimo viaggio…: l’unigenito Figlio di Dio vi attende pronto a riscattarvi. “Venite – vi dice – voi che penate sotto il peso del giogo, ed io vi darò riposo” Voi che siete affaticati e oppressi dai vostri peccati, catturati con le funi dei vostri peccati, ascoltate il profeta: “Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni”, affinché il coro degli angeli vi canti: “Beato l'uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato”. …

    E’ ora il tempo della confessione. Confessa i peccati commessi, in parole e azioni, notte e giorno. Confessati in “questo tempo favorevole” e, “nel giorno della salvezza”, ricevi il tesoro del cielo… Dimentica ogni preoccupazione umana e pensa solo alla tua anima… Abbandona il presente e credi nell’avvenire… : “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”… Purifica il tuo cuore, per ricevere la grazia con più abbondanza; il perdono dei peccati è dato in modo uguale a tutti, ma la partecipazione allo Spirito Santo è accordata a ciascuno secondo la misura della sua fede. Se ti dai poco da fare, riceverai poco. Se lavori molto, il tuo salario sarà grande…

    Se ti lamenti di qualcuno, perdona. Ti accosti al battesimo per avere il perdono dei tuoi peccati: bisogna che anche tu sia indulgente coi peccatori.


(Riferimenti biblici: At 2,38; Ez 18,31; Lc 15,7;  Mt 11,28; Pr 5,22; Is 1,16; Sal 32,1; Is 49,8; 2Cor 6,2; Sal 46,11) 



domenica 2 marzo 2014

Una Parola può generarne tante altre... dentro di noi.



Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 6,24-34
 
« Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.  
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?
E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?
Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso.

A ciascun giorno basta la sua pena ».

Matteo riporta queste parole di Gesù in quello che viene comunemente detto "il discorso della montagna", che ha inizio con l'annuncio delle betitudini da parte del Maestro. Esse sono ricche a tal punto di contenuti e fondamentali "dritte" per noi, che andrebbero scrutate in profondità, punto per punto, per coglierne la smisurata bellezza e l'enorme valore - come farebbe un avventuriero in un sentiero di montagna, ammirando il panorama mozzafiato che lo circonda e, al tempo stesso, proseguendo il suo cammino spostando fronde d'alberi e piante e stando ben attento a non inciampare in pietre o intrecci di radici-.
Ebbene, in certo senso, ciascuno è questo avventuriero, senza alcuna distinzione di nessun genere.

E, riconoscendomi io stesso in questo viandante pellegrino, vorrei semplicemente condividere questa Parola, e dalla sua lettura andare un po' in profondità dentro me stesso e rinnovarmi quelle domande che tanto bene mi hanno fatto: alla Sua luce, che scelte fai tu per la Tua vita? Chi è Colui che parla? E come cerco sempre meglio il regno di Dio e la sua giustizia?


lunedì 24 febbraio 2014

Ho diritto a tutto, ma anche la libertà di scegliere i miei diritti.



La Grazia di Dio mi sorprende costantemente!
Stamattina, diversamente dalle ultime alquanto movimentate settimane, trascorse all'insegna del "mentre per lei si compivano i giorni del parto", mia moglie si è improvvisamente ricordata che nella porrocchia di una zia materna hanno accolto il sangue "vivo" di Giovanni Paolo II, reliquia unica che sta facendo un po' il giro del mondo, grazie anche alle suore che la custodiscono, seminando in ogni luogo svariate grazie.
Ebbene, da quì la decisione di raggiungere la porrocchia intitolata a "santa Maria Francesca delle cinque piaghe", che si trova a Casoria, e nella fattispecie sulla strada principale della Cittadella, in direzione Casalnuovo.
Appena entrati in parrocchia il canto finale della messa precedente, a me molto familiare e che amo particolarmente - senza saperne bene neanche il motivo, d'altra parte- ha raggiunto me, mia moglie panciuta e mia suocera.
Jesus Christ you are my life
Alleluja, alleluja
Jesus Christ you are my life
you are my life, alleluja

In questo clima di gioia diffusa, rappresentato in primis dal sorriso del vescovo e delle persone che incontrava lungo il lento cammino verso la sacrestia, abbiamo preso posto tra i banchi.
C'era una lunga e corposa fila di persone che attendevano il proprio turno per il saluto di rito e l'affido delle proprie intenzioni all'intercessione di papa Wojtyla, così la messa prevista per le 12:00 ha avuto inizio alle 12:20.

Venti minuti più che propizi ad offrirmi l'inusuale opportunità di dare uno sguardo al foglietto della messa, e quindi alla Parola di Dio e anche alla frontale e consueta riflessione.
Ed è proprio una considerazione presente in quest'ultima che mi ha colpito, mi è rimasta dentro e mi ha suggerito di condividere con te, caro amico lettore, questa piccola esperienza.

Le letture erano riportante in italiano moderno, ovviamente, ma ai nostri cuori quelle parole potrebbero avere più l'aspetto e la possibilità di comprensione dell'aramaico antico.

Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo...
...  Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. 

Disse Dio a Mosè di riferire al popolo.

 Avete inteso che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente";
ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guanciadestra, tu porgigli anche l'altra;
e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.
Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. 
Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico";
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Disse Gesù in quel tempo.
Sì, in quel tempo tempo, ma, come dice san Paolo : Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (Eb 13, 8), e quindi in quel tempo come oggi ci esorta allo stesso modo.
E noi? Ieri, oggi e sempre potremmo dire: è 'na parola!

E sì, in effetti è una sola la parola adeguata a tutto questo: affido.
Noi da soli, con le nostre sole forze, non saremmo capaci di lasciarci schiaffeggiare, di dare "il mantello insieme alla tunica", di lasciarci costringere ad andare con chi e verso dove non vogliamo, e di resistere allo sguardo di chi ci chiede aiuto. Amare poi chi ci fa del male... be', semplicemente sovraumano - o pienamente umano, dipende dai punti di vista-.

La frase che ho letto, era di una semplicità disarmente, e recitava pressapoco così:

Non essere oltraggiati, costretti o privati in vario modo di ciò che ci appartiene è certamente un nostro diritto.
Ciò che può sovvertire tutto questo,  e rovesciare una logica pur legittima, è il poter scegliere di sacrificare un proprio diritto per acquistare di diritto la grazia di Dio.

A me ha colpito molto la libertà che traspariva da queste parole. Credo fermamente che sia in nostro pieno potere - inteso anche come potenzialità del nostro essere- di scegliere liberamente un sacrificio per ottenere Dio stesso.

A ciascuno, poi, la personale riflessione, in sintonia proprio con questa libertà.

Tornando all'evento, abbiamo poi anche noi fatto parte di quella lunga e corposa fila, e la parola che mi è rimasta nel cuore come un'eco in una valle ampissima, anch'essa di una semplicità disarmante, è stata:  

grazie...


P.s. Per chi voglia, la reliquia resterà in questa parrocchia fino a domenica prossima, e ogni giorno celebreranno una messa alle 09:00 del mattino e nella prima serata (non ricordo precisamente l'orario), e sia al mattino che al pomeriggio, dopo le 17:00, si può accedere al sangue, e sostare alquanto alla sua presenza.


sabato 11 gennaio 2014

Ma dove porta questa porta?

Questa che vedete in foto è una porta del reparto di ginecologia e ostetricia dell'ospedale Ss. Annunziata di Napoli.
Cosa avrà mai di eccezionale questa porta? Potreste chiedervi. E in realtà me lo chiedo anch'io.
Devo averla oltrepassata decine di volte negli ultimi otto mesi, ma solo ieri mi ha suggerito inaspettatamente qualcosa. In verità questa porta non ha praticamente nulla di eccezionale, ma ieri mattina, mentre eravamo in attesa della dottoressa che segue la sana e lievitante crescita del pancione di mia moglie -e di chi in esso ha ormai stabile dimora (ancora per poco)-, avendo proprio la prospettiva visibile in foto, ho notato che quel battente risultava più piccolo della larghezza della porta.
E, senza alzarmi per andare a vedere e a controllare di persona, ho notato che c'erano almeno tre segni evidenti che rivelano una porta a doppio battente. Uno è rappresentato dall'ampiezza del battente visibile, che misura quasi tre mattonelle, mentre lo spazio totale in larghezza è di almeno quattro. Il secondo, dal segno visibile in basso a sinistra, creatosi a terra per la probabile esistenza di un battente più piccolo. Il terzo, è quel pezzetto di plastica nera, in alto a sinistra, nel quale certamente va ad inserirsi il piolo di fermo.
Diagnosi? Si tratta di una porta a due battenti.

Con questo cosa voglio dire? No, non sono un esperto di porte ospedaliere - nonostante ne abbia viste parecchie nella mia carriera infortunistica-, ma ho trovato che "questa prospettiva" sopra descritta, potesse corrispondere a un atteggiamento che ciascuno di noi può assumere almeno una volta nella vita.

Non di rado - almeno a me è capitato, e continuare a capitare alquanto spesso- siamo disattenti ai "segni" che si susseguono senza sosta lungo le nostre giornate.
Segni che, innanzitutto, ci suggeriscono la presenza e la vicinanza amorevole di un Padre, che ci ha concepiti, creati e mai più lasciati soli.
Segni che, susseguendosi con ritmo incessante, ci indicano la direzione della nostra esistenza.
Segni che, seppure ignorati - come fino a ieri ho fatto io con quelli della porta- comunque ci sono. Comunque sono lì. Comunque si sono verificati nel nostro tempo.
E accorgencene è il primo passo per renderci conto delle due cose che dicevo appena sopra.
Che abbiamo un Padre, e che ci è accanto con amore. E lo fa con tatntissimi piccoli segni, che ai nostri occhi possono sembrare cose banali, di ordinaria esistenza, potremmo dire, ma che messi in fila uno dietro l'altro, possono rivelarci il senso della Sua e della nostra presenza in questo mondo.

Con queste povere parole cerco solo di esprimere una verità che tutti abbiamo già dentro, e che attende solo la nostra scelta di apertura a un incontro, per emergere interamente.
In questo consiste tale verità: che non tutto cio' che esiste è immediatamente visibile.

Il battente piccolo io non sono andato neppure a vederlo, una volta alzatomi. Perché quei segni parlavano chiaro.

A volte accade che siamo tentati di guardare in un'altra direzione rispetto ai segni. O che accorgendoci della loro presenza,  fingiamo di non vederli. Perché forse ci chiedono più attenzione di quella che siamo disposti a dare, o il coraggio del cambiamento, seppure a poco a poco. Oppure ancora, li neghiamo, pur avendoli lì davanti agli occhi e al cuore.

Be', questo è solo un pensiero che una porta d'ospedale qualunque mi ha suggerito, ma credo che possa far bene a ciascuno di noi fermarci un attimo e sostare qualche momento davanti ai "nostri" segni quotidiani.

Nicola


lunedì 6 gennaio 2014

Due mandorle e la loro storia.

Un primo Gennaio come tanti altri.
Un pranzo del primo Gennaio come tanti altri.
Una mandorla come nessuna... o comunque diversa da tante altre.
Il primo pensiero inespresso ed entusiasta è stato: Uauh, due mandorle in un colpo solo! E vai!
Poi subito mi ha attratto la singolare posizione in cui le mandorle giacevano, e ha cominciato a prendermi un senso di tenerezza e stupore.
Fissandovi ormai attentamente lo sguardo, non ho potuto fare a meno di notare che, pur sembrando dapprima un "corpo" solo, in realtà i lineamenti che definivano ciascuna mandorla erano ben visibili, e permettevano di distinguerle perfettamente.
Eppure erano unite in modo così perfetto, da sembrare una cosa sola.
Congiunta in una sorta di abbraccio, tra l'altro.
Inoltre, nonostante lo schiaccianoci non si possa reputare un utensile propriamente "delicato", in questo caso ha risparmiato quasi del tutto il guscio, permettendomi di vederne chiaramente in ciascun lato la metà di un cuore, come appare in modo evidente nella foto scattata (ad arte, permettetemi di aggiungere ^_^)

Attacco irrefrenabile di romanticismo? Gli effetti del mezzo bicchiere di spumante bevuto la sera precedente? Visioni dovute al contrasto dei troppi e vari alimenti ingurgitati?
No. Osservazione di una realtà umana, figurata in una "natura morta" che tanto morta poi non era, visto la quantità di cose che è stata in grado di suggerirmi.

E se quelle due mandorle fossero due persone?
E se quel "corpo solo", di cui allo stesso tempo son ben distinguibili le due parti che lo compongono, si fossero accostate nella mia mente a una coppia umana?
E se quel guscio che le ha custodite, fatte crescere e protette, rivelandosi ai miei occhi come quel cuore che simboleggia amore, lo avessi accostato a Dio?
Cosa potrei trarre da tutto questo?

Ne traggo ciò che già mi porto dentro, e che una mandorla aperta il primo giorno di Gennaio ha fatto emergere.
Cioè, che è molto bella e suscita tenerezza la visione del legame stretto di una coppia. Legame che può esprimersi col corpo -come l'abbraccio che suggerivo- ma anche con la capacità dei due di confrontarsi rispettosamente e giungere a "una" decisione comune, di qualunque genere essa sia -educativo, abitativo, scolastico, lavorativo, e chi più ne ha più ne metta-, o ancora con l'imparare a rivolgere lo sguardo nella stessa direzione.
Tante altre sono le dinamiche che vedono due persone impegnate nella ricerca di una unità che porta frutto, ma in cui purtroppo quì non posso dilungarmi.
Ed è altrettanto bello scoprire che l'individualità di ciascuno, inevitabilmente esistente e dunque visibile, possa non essere vista come una minaccia, ma piuttosto essere accolta come ricchezza, formante quella luminosa e illuminante unicità di cui sopra.
Infine è per me indispensabile rendermi conto che quel Guscio d'amore che ci custodisce e avvolge, è indispensabile per la nostra vita, cioè affinchè in noi sussista la vita e continui a essere tale.

Non è facile essere queste due mandorle, e nessuno ha mai detto che lo sia.
Ma dopo essere giunto a queste considerazioni, ho alzato lo sguardo sopra la mia piccola scrivania posta in un angolo di casa, e ho notato un'incredibile somoglianza, nella posizione e nei "contenuti", tra ciò che era raffigurato in quel dipinto appeso al muro e le ormai famose mandorle; e mi son detto:
dev'essere un'avventura molto esigente, ma queste "mandorle" ce l'hanno fatta con gran successo, e il merito è soprattutto - se non tutto- di quel Guscio che hanno tra le braccia, fattosi uomo in un immenso atto d'amore per noi.
Ecco ciò che io ora vedo:


domenica 24 novembre 2013

3 minuti con Giorgia per ricordarci tutti che... "è l'Amore che conta"!



L'AMORE HA INFINITE ESPRESSIONI
MA UNA SOLA SOSTANZA
e lo testimonia anche il fatto che le parole di questa canzone, pur probabilmente riferendosi all'amore di coppia, possano applicarsi alla natura stessa dell'amore, che è di per se stessa unica ma con molteplici volti.
Nicola 
Di errori ne ho fatti
ne porto i lividi
ma non ci penso più
Ho preso ed ho perso
ma guardo avanti sai
dove cammini tu
Di me ti diranno che sono una pazza
Ma è il prezzo di essere stata sincera

E' l'amore che conta
non solo i numeri, e neanche i limiti
E' una strada contorta
e non è logica, e non è comoda


Nell'attesa che hai
Nell'istante in cui sai
che è l'amore che conta
non ti perdere, impara anche a dire di no

Di tempo ne ho perso
certe occasioni sai
che non ritornano
mi fa bene lo stesso
se la mia dignità
è ancora giovane
Di me ti diranno che non sono ambiziosa
E' il prezzo di amare senza pretesa...

E' l'amore che conta
non solo i numeri, e neanche i limiti
E' una strada contorta
e non è logica, e non è comoda

Nell'attesa che hai
Nell'istante in cui sai
che è l'amore che conta
non ti perdere, impara anche a dire di no


No, No, No
No a questo tempo
d'ira e di cemento
No, No, No, NO!


E' l'amore che conta
non solo i numeri, e neanche i limiti
E' una strada contorta
e non è logica, e non è comoda


Nell'attesa che hai
Nell'istante in cui sai
che è l'amore che conta
non ti perdere, impara anche a dire di no

domenica 17 novembre 2013

Felice Natale Dickens!

Il 19 dicembre del 1843 fu pubblicato uno dei libri di maggior successo di Charles Dickens, il Canto di Natale, anche noto come Cantico di Natale. Di questo breve romanzo di genere fantastico, sono nate svariate rappresentazioni , ma una in particolare balza all'attenzione dei giorni nostri "A Christmas Carol", un film avente le sembianze dell'animazione per ragazzi, edito nel 2009, diretto da Robert Zemeckis e prodotto dalla Wat Disney Pictures.

Oggi ho avuto l'occasione di rivederlo, in compagnia di mia moglie, e ho potuto ancora una volta constatare quanti spunti di riflessione siano contenuti in esso.
In particolare, dopo pochi minuti di registrazione, sono stato colpito da questo dialogo tra Ebenezer Scrooge, l'anziano protagonista del racconto, e il suo unico parente ancora in vita, l'affettuoso nipote Fred.

Entrando nel negozio di cambiavalute Fred esordisce: "Felice Natale zio! Che Dio vi protegga!"
E l'anziano smagrito gli risponde borbottando dalla sua scrivania: "Ah, scempiaggini!"
Avvicinadosi, il nipote replica: "Il Natale una scempiaggine? Zio, non lo pensate di certo?"
Senza neppure alzare lo sguardo dalle monete verso suo nipote, aggiunge: "Felice Natale... che ragioni hai tu per essere felice? Sei piuttosto povero."
Così in un attimo Fred ribatte sorridendo: "Che diritto avete voi di essere cupo? Siete piuttosto ricco."

Prima di tutto mi ha divertito questo rapido botta e risposta, e al contempo sono rimasto interessato dalla verità di questo dialogo.
Durante tutto il film vengono poi svelate le cause della freddezza dell'anziano uomo, e le conseguenze che il suo modo di essere ha e avrà per la sua vita,e per quanti hanno in diversa misura a che fare con lui.
Ma estraendo dal contesto del romanzo queste righe, e rileggendole, non ho potuto fare a meno di notare il paradosso -che Dickens avrà volutamente inserito, probabilmente- tra la gioia del nipote "povero" (e, in seguito, anche quella del dipendente sottopagato, con la famiglia numerosa) e la freddezza scostante, arrabbiata e diffidente dell'anziano ricco.
Si potrebbe rimanere stupiti e, volendo esagerare -ma non troppo, in fondo- folgorati, nel considerare la gioia che abita il cuore di un uomo "povero", e al tempo stesso la desolazione che ha occupato quello del ricco.
E colpisce, oltretutto, che tale sottolineatura, fatta da Dickens nella prima metà del 1800, sia ancora valida - e forse ancor più di allora- per la persona d'oggi.
Vuol dire che tale aspetto dell'umana vita è vero, e che non è legato né al tempo né al luogo, ma piuttosto all'animo umano, e alle insidie che lo minano da sempre.
Ci fa certamente bene considerare queste cose, e ci farà ancor più bene chiederci: come è possibile che il cuore di un uomo povero possa essere abitato dalla  gioia? O meglio, Chi può rendere possibile questo?

Chi avrà modo di vedere il film, o leggere il romanzo, ne coglierà certamente i valori sottilmente sparsi nella trama e nelle vicende del personaggio principale.
Che ne direste di dargli un'occhiata per questo Natale?

Sulla copertina sarebbe simpaticamente vero trovarci scritto: "Film/romanzo adatto a un pubblico di non solo ragazzi."

Nicola Salvi

martedì 12 novembre 2013

Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità

Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità;
lo fece a immagine della propria natura.
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;
come scintille nella stoppia, correranno qua e là.
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro.
Quanti confidano in lui comprenderanno la verità;
coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell'amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti. 

Libro della Sapienza 2,23-24.3,1-9

 Creazione di Adamo

domenica 10 novembre 2013

Ma, qual è la mia aspettativa di vita?

Scorrendo con il mouse una lista di circa 200 paesi di tutto il mondo, dal Regno dello Swaziland (Ngwana), un piccolo paese dell'Africa del Sud, passando per il Senegal, le Filippine, la Siria, la Tunisia, l'Argentina, gli Stati Uniti d'America, il Regno Unito, la Germania, la Grecia, l'Italia, Andorra e fino al Giappone, leggo che l'aspettativa media di vita alla nascita va dai 32 anni d'età del primo, aumentando via via fino agli 84 del'ultimo citato.
Giungo a questa lista stuzzicato dalla Parola di Dio di oggi, che prende le mosse dal capitolo 7 del secondo libro dei Maccabei, passando per la lettera ai Tessalonicesi 2,16-17.3,1-5, per giungere poi al passo del vangelo di Luca capitolo 20, versetti 27-38.

Penso a queste pagine della Scrittura, e al tempo stesso guardo le statistiche, e mi domando:
qual'è la mia aspettativa di vita?

Stando a questa lista potrei sperare di vivere anche 79,4 anni; e potrei anche ringraziare il Signore di non essere nato nello Zimbabwe, o in Mozambico, o nel Malawi, altrimenti mi sarei visto quasi dimezzare la mia speranza di vita.
Ma tornando con gli occhi, e soprattutto col cuore, alle letture, so bene che tutti questi calcoli hanno perso via via senso e consistenza nella mia vita, perchè non c'è statistica che tenga dinanzi alla Speranza - con la "s" volutamente maiuscola- che genera la verità di queste pagine.

E allora torno a interrogarmi: qual'è la mia aspettativa di vita?

Ho imparato che con certezza questa vita finisce, ma sto imparando, con altrettanta certezza, che la vita non finisce.
Quanto e come cambia la nostra prospettiva della vita quando l'ottica dalla quale la osserviamo abbraccia un orizzonte più ampio, o meglio, sconfinato!
Nella parte finale del Credo che pronunciamo durante la messa c'è proprio questa affermazione: "...credo la risurrezione...". E, da affermazione qual è, io la volgo interrogativamente a me stesso, all'intimo di me stesso, e mi dico: io credo nella risurrezione?
Posso dirlo a voce alta tra i banchi di una chiesa; posso ripeterlo nelle preghiere quotidiane; posso insegnarlo ai miei figli, o ai bambini che nella stessa chiesa mi sono stati affidati affiinché trasmetta loro la mia fede;
 ma trovo nei miei pensieri, nelle mie parole, nei miei atti, nelle mie scelte, questo meraviglioso fondo luminoso che li invade tutti di vera luce?

Giorni come questo, in cui la liturgia ci invita a riprendere in mano, per così dire, un aspetto così importante e fondante della nostra fede, rappresentano una vera grazia per tutti coloro che accolgono questa parola vivificante, che la Chiesa con materna generosità ci dona.

Ecco, allora, che queste poche righe condivise con chi avrà il tempo e la volontà di leggerle, vogliono proporre di metterci in gioco, di cogliere la bellissima importanza di questa nostra verità di fede;
di non aver timore di rimetterci in cammino insieme, partendo proprio dal dare uno spazio dentro di noi a queste domande che come sempre la Parola di Dio genera, come acqua su un germoglio appena nato.

Invito chiunque lo voglia a condividere le proprie consederazioni in merito a ciò che sente dentro a riguardo, e chissà che questa condivisione possa rivelarsi addirittura utile per la nostra vita.

Nicola Salvi

Fonte: la mia coscienza.

domenica 27 ottobre 2013

Guardati, sei proprio tale e quale a...

Guardati, ma sei proprio tale e quale a tuo padre / a tua madre!

Alzi la mano telematica chi non ha mai sentito pronunciare queste parole!

Possono essere state rivolte proprio a noi, o a qualcuno a noi molto vicino.
Può averle pronunciate una madre verso il figlio; un padre verso la figlia; una "nuora" verso il marito; un "genero" verso la moglie; o anche un/a  figlio/a  verso il genitore.

E quante volte queste parole, se dette con intenzione offensiva, procurano ferite?
Non c'è dubbio che quando vengono pronunciate sono palesemente la conseguenza di una stato di nervosismo e di rabbia, che fa sbottare con parole inadeguate ed eccessive i propri sentimenti.
Ciascuno di noi sa bene quali motivi ci spingono a usare un linguaggio piuttosto che un altro. Ma non sempre ci fermiamo a riflettere sulla giustizia delle nostre parole. Non sempre ci guardiamo dentro per capire cosa succede, e quali siano le dinamiche che hanno portato quelle parole alla bocca, fino a farle esplodere.

A proposito di questa considerazione mi venivano in mente le impronte digitali.
Nessuno ha un'impronta digitale uguale a quella di un altro. Nessuno.
Non esistono impronte digitali identiche.
Eppure siamo miliardi di persone, ma... non esiste un'impronta digitale identica a un'altra.
Questo per molti versi è una cosa meravigliosa. Poiche possiamo meglio immaginare che se l'impronta digitale è "identificativa" della persona, tanto più lo è "l'identità".
E allo stesso modo delle impronte, possiamo dire con certezza e in verità che non c'è identità uguale a un'altra.
Non c'è! Ognuno di noi è meravigliosamente unico.
Possiamo, certo, apprendere atteggiamenti, modi  di fare o anche di essere; ma la fonte, per così dire, dalla quale noi recepiamo tutto questo, non è mai una sola. Non prendiamo mai, direttamente e senza alcuna interferenza, tutto da un qualcuno.
Ma siamo quella sorprendente fusione di bello e brutto, di giusto e ingiusto, di bene e male, di luce e buio che, per quanto vasta e varia è l'esperienza umana alla quale attingiamo, non può mai essere perfettamente uguale a quella di un altro.
Noi siamo noi, lei è lei, lui è lui, e basandoci su questa verità forse vale davvero la pena non tanto cercare quanto di brutto, ingiusto, male o buio può accomunarci, ma di puntare la nostra attenzione su quel bello, giusto, bene e luce che può diventare ricchezza condivisa, e così moltiplicarsi.

A chi giova se a moltiplicarsi è il risentimento, il rancore, l'accusa, la cecità delle ferite inferte?


lunedì 21 ottobre 2013

Essere o non essere... this is the question.

Si educa molto con quel che si dice,
ancor più con quel che si fa,
ma molto di più con quel che si è.

sant'Ignazio di Antiochia

domenica 20 ottobre 2013

La cultura del provvisorio. Ma cos'è?

La cultura del provvisorio.
Più volte, dall'inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha posto l'accento su questo fenomeno così attuale e diffuso nella nostra società, ed è tornato a farlo in occasione della visita pastorale ad Assisi dello scorso 4 ottobre, all'ombra della Basilica di Santa Maria degli Angeli, in risposta alle domande postegli da diversi giovani lì presenti.
Ma cosa intende, in concreto, quando parla della "cultura del provvisorio"?

In risposta a una giovane coppia che , sentendo la gioia e, allo stesso tempo, la fatica legata alle sfide quotidiane del loro matrimonio, gli ha chiesto come la chiesa potesse aiutarli e quali sono i passi che sono chiamati a compiere, il Papa ha detto loro:
 "Pensiamo ai nostri genitori, ai nostri nonni o bisnonni: si sono sposati in condizioni molto più povere delle nostre, alcuni in tempo di guerra, o di dopoguerra; alcuni sono emigrati, come i miei genitori. Dove trovavano la forza? La trovavano nella certezza che il Signore era con loro, che la famiglia è benedetta da Dio col Sacramento del matrimonio, e che benedetta è la missione di mettere al mondo i figli e di educarli. Con queste certezze hanno superato anche le prove più dure. Erano certezze semplici, ma vere, formavano delle colonne che sostenevano il loro amore. Non è stata facile, la vita loro; c’erano problemi, tanti problemi. Ma queste certezze semplici li aiutavano ad andare avanti. E sono riusciti a fare una bella famiglia, a dare vita, a fare crescere i figli." 

Per esplicitarsi meglio, ha aggiunto una considerazione legata a sue esperienze personali:
"Quante volte i parroci – anch’io, alcune volte l’ho sentito – sentono una coppia che viene a sposarsi: “Ma voi sapete che il matrimonio è per tutta la vita?”. “Ah, noi ci amiamo tanto, ma… rimarremo insieme finché dura l’amore. Quando finisce, uno da una parte e l’altro dall’altra”. E’ l’egoismo: quando io non sento, taglio il matrimonio e mi dimentico di quell’“una sola carne”, che non può dividersi. E’ rischioso sposarsi: è rischioso! E’ quell’egoismo che ci minaccia, perché dentro di noi tutti abbiamo la possibilità di una doppia personalità: quella che dice: “Io, libero, io voglio questo…”, e l’altra che dice: “Io, me, mi, con me, per me …”. L’egoismo sempre, che torna e non sa aprirsi agli altri.

Dopodiché, ha messo in risalto il tema della nostra riflessione:
" L’altra difficoltà è questa cultura del provvisorio: sembra che niente sia definitivo. Tutto è provvisorio. Come ho detto prima: mah, l’amore, finché dura. Una volta ho sentito un seminarista – bravo – che diceva: “Io voglio diventare prete, ma per dieci anni. Dopo ci ripenso”. E’ la cultura del provvisorio, e Gesù non ci ha salvato provvisoriamente: ci ha salvati definitivamente! 

Indicando, poi, le vie concrete entro le quali compiere quei passi:
"Ma lo Spirito Santo suscita sempre risposte nuove alle nuove esigenze! E così si sono moltiplicati nella Chiesa i cammini per fidanzati, i corsi di preparazione al Matrimonio, i gruppi di giovani coppie nelle parrocchie, i movimenti familiari… Sono una ricchezza immensa! Sono punti di riferimento per tutti: giovani in ricerca, coppie in crisi, genitori in difficoltà con i figli e viceversa. Ci aiutano tutti! E poi ci sono le diverse forme di accoglienza: l’affido, l’adozione, le case-famiglia di vari tipi… La fantasia – mi permetto la parola – la fantasia dello Spirito Santo è infinita, ma è anche molto concreta! Allora vorrei dirvi di non avere paura di fare passi definitivi: non avere paura di farli. Quante volte ho sentito mamme che mi dicono: “Ma, Padre, io ho un figlio di 30 anni e non si sposa: non so cosa fare! Ha una bella fidanzata, ma non si decide”. Ma, signora, non gli stiri più le camicie! E’ così! Non avere paura di fare passi definitivi, come quello del matrimonio: approfondite il vostro amore, rispettandone i tempi e le espressioni, pregate, preparatevi bene, ma poi abbiate fiducia che il Signore non vi lascia soli! Fatelo entrare nella vostra casa come uno di famiglia, Lui vi sosterrà sempre."

In occasione della celebrazione di domenica scorsa, 13 ottobre, all'ombra materna della Madonna di Fatima, che in occasione della giornata Mariana è giunta fino a Roma, Papa Francesco ha sottolineato l'importanza di non cedere a questa cultura anche, e soprattutto, nel nostro cammino di fede.
"E io mi domando: sono un cristiano “a singhiozzo”, o sono un cristiano sempre? La cultura del provvisorio, del relativo entra anche nel vivere la fede. Dio ci chiede di essergli fedeli, ogni giorno, nelle azioni quotidiane e aggiunge che, anche se a volte non gli siamo fedeli, Lui è sempre fedele e con la sua misericordia non si stanca di tenderci la mano per risollevarci, di incoraggiarci a riprendere il cammino, di ritornare a Lui e dirgli la nostra debolezza perché ci doni la sua forza. E questo è il cammino definitivo: sempre col Signore, anche nelle nostre debolezze, anche nei nostri peccati. Mai andare sulla strada del provvisorio. Questo ci uccide. La fede è fedeltà definitiva, come quella di Maria."

E' evidente che ciascuno può e deve considerare queste parole alla luce della propria storia, e coglierne i consigli e i suggerimenti d'amore più personali e concreti.
Personalmente credo che la cultura del provvisorio si possa vincere soltanto vivendo e promuovendo "la cultura del definitivo".
Vivendo prima e promuovendo poi.
Poiché  è quando rimaniamo in superficie, quando non andiamo in profondità nei rapporti, nei legami, nella nostra stessa fede, che la cultura del provvisorio a poco a poco si insinua nelle nostre esistenze e le contamina, ci contamina, fino a poterci uccidere -come sottolinea Francesco-.
Allora è charo che per vivere la cultura del definitivo bisogna prima scegliere di camminare in essa.
E a quel punto sarà la nostra stessa vita a promuoverla, ad indicarla come via di bene e di verità; personale, famigliare e collettiva.

Mi sovviene a tal proposito una frase che san Francesco disse una volta ai suoi fratelli, e che il Papa ha ripetuto anche in occasione di questo incontro con i giovani di Assisi: "Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario, anche con le parole!". "Ma come?, ha aggunto il Papa, Si può predicare il Vangelo senza le parole? Sì! Con la testimonianza! Prima la testimonianza, dopo le parole! Ma la testimonianza!"

Nicola Salvi

Fonte: sito ufficiale del vaticano: www.vatican.va

sabato 19 ottobre 2013

"Ama la Verità", san Giuseppe Moscati incoraggia.

Ama la verità,
mostrati qual sei,
e senza infingimenti e senza paure
e senza riguardi.
E se la verità ti costa la persecuzione,
e tu accettala;
e se il tormento,
e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita,
e tu sii forte nel sacrificio.

san Giuseppe Moscati
17 ottobre 1922

giovedì 10 ottobre 2013

Sono incinta, e ora? Scrivo al Papa...

A volte i pensieri, i ricordi , le emozioni, affiorano alla memoria del cuore e della mente senza alcuna ragione evidente. Ed è proprio quello che mi è capitato oggi, e vorrei condividerlo con ogni eventuale lettore di queste righe.

Ripensavo a un articolo letto diversi giorni fa, che raccontava di una ragazza di 35 anni, Anna - la cui storia è forse già nota ai più, poiché ha già fatto il giro del mondo - la quale, dopo essersi trasferita da Roma ad Arezzo, scopre di essere incinta.
Il padre del bebè non vuole saperne nulla, poiché è già sposato e ha un figlio, e comincia a fare pressioni su di lei affinché interrompa la gravidanza indesiderata.
Così il pensiero dell'aborto si insinua in Anna, la quale però, nel suo dibattimento interiore è raggiunta da un'intuizione: decide di scrivere una lettera a Papa Francesco, senza neppure ben sapere come indirizzarla.
"Santo Padre Papa Francesco, Città del  Vaticano, Roma", questo il semplice indirizzo sulla busta.
Pochi giorni dopo il telefono squilla, e sul display appare un numero sconosciuto con il prefisso di Roma.
"Pronto Anna, sono papa Francesco. Ho letto la tua lettera. Noi cristiani non dobbiamo farci togliere la speranza, un bambino è un dono di Dio, un segno della Provvidenza".
"Le sue parole mi hanno riempito il cuore di gioia", racconta Anna. "Mi ha detto che ero stata molto coraggiosa e forte per il mio bambino".
In questa stessa telefonata Anna spiega al pontefice che vorrebbe far battezzare quel figlio in arrivo, ma teme che non sia possibile perché divorziata.
"Sono convinto che non avrai problemi a trovare un padre spirituale, e poi - ha aggiunto - in caso contrario, sappi che ci sono sempre io".



E' una storia che mi è rimasta dentro per almeno due motivi:

vedere applicate a un atto concreto le parole di Papa Francesco, che proprio nelle ultime settimane ha ribadito il suo desiderio di una chiesa vicina alle persone, capace di curarne le ferite, facendosi realmente e concretamente prossima ad esse.

E inoltre, ancor di più, perché ho trovato questa testimonianza molto significativa.
Non solo perché è stato lo stesso pontefice a donare parole di incoraggiamento a questa ragazza, ma perché il suo atteggiamento è di esempio per ciascuno di noi, e mette in luce la necessità di essere portatori di speranza, portatori di luce, portatori di forza. In poche parole, portatori di Dio stesso.
E l'effetto di questo è ora sotto gli occhi di tutti noi: è una scelta di vita per la vita.

Poiché per quanto possa sembrarci difficile prendere talune decisioni, e per quanto ciò e chi ci circonda ci spinga nella direzione opposta alla vita, il nostro atteggiamento e le nostre decisioni di cristiani devono cercare proprio quella gioia che ha riempito il cuore di Anna.
Perché quando facciamo delle scelte contro la vita il nostro cuore è triste, e questo non è bello.

Anna ha ricevuto la grazia di essere spronata al bene da una persona come papa Francesco, ma questo deve insegnare anche a ciascuno di noi ad uscire per cercare il consiglio di chi pensiamo possa aiutarci.
Non credo sia un caso che Anna si sia rivolta al nostro pontefice. Lo ha fatto perché in cuor suo sapeva già che papa Francesco l'avrebbe incoraggiata a portare avanti la sua gravidanza.

Ebbene il primo campanello che ci annuncia la via della verità risiede proprio in noi stessi, e dobbiamo guardarci bene dentro, prima di prendere scelte troppo affrettate e, ahimè, poi troppo dolorose. Così da seguire quella voce che ci spinge a cercare consiglio dove sappiamo essercene sempre uno buono. Presso chi ha sapienza di cuore, primariamente, più che di mente.

Nelle stesso articolo viene poi indicato il grande supporto che i Centri di aiuto alla vita offrono a quanti si trovano nella stessa condizione di Anna e di tante altre ragazze, che attraverso proprio l'aiuto concreto e pratico di molte persone, riescono a vincere per la vita.

A quanti, dunque, in vario modo e tempo giungeranno a questo articolo, desidero poter dire: coraggio! Non siamo mai veramente soli nelle vita! Ed è questa una verità da difendere e diffondere.

 
Nicola Salvi
 
Fonte: Rivista settimanale "Credere"
Anno I n° 24 15 settembre 2013

domenica 6 ottobre 2013

La società inquinata dalla cultura dello "scarto". Confidenze di Papa Francesco.

Venerdì 4 ottobre 2013. Papa Francesco si reca in pellegrinaggio ad Assisi, e la sua prima tappa è un istituto che accoglie bambini disabili e ammalati.
Dopo aver rivolto loro alcune parole, come sempre intense di valore e significato, ha consegnato altre parole che aveva preparato per l'occasione, dandole per lette.

Scopriamone insieme il forte contenuto:



Cari fratelli e sorelle,

voglio iniziare la mia visita ad Assisi con voi, vi saluto tutti!
Oggi è la festa di san Francesco, e io ho scelto come Vescovo di Roma, di portare il suo nome. Ecco perché oggi sono quì: la mia visita è soprattutto un pellegrinaggio di amore,   per pregare sulla tomba di un uomo che si è spogliato di se stesso e si è rivestito di Cristo e, sull’esempio di Cristo, ha amato tutti, specialmente i più poveri e abbandonati, ha amato con stupore e semplicità la creazione di Dio.
Arrivando qui ad Assisi, alle porte della città, si trova questo Istituto, che si chiama proprio “Serafico”, un soprannome di san Francesco. Lo fondò un grande francescano, il Beato Ludovico da Casoria. 

 Ed è giusto partire da qui. San Francesco, nel suo Testamento, dice: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi: e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» (FF, 110). 

 La società purtroppo è inquinata dalla cultura dello “scarto”, che è opposta alla cultura dell’accoglienza. E le vittime della cultura dello scarto sono proprio le persone più deboli, più fragili. In questa Casa invece vedo in azione la cultura dell’accoglienza. Certo, anche qui non sarà tutto perfetto, ma si collabora insieme per la vita dignitosa di persone con gravi difficoltà. Grazie per questo segno di amore che ci offrite: questo è il segno della vera civiltà, umana e cristiana! Mettere al centro dell’attenzione sociale e politica le persone più svantaggiate! A volte invece le famiglie si trovano sole nel farsi carico di loro. Che cosa fare? Da questo luogo in cui si vede l’amore concreto, dico a tutti: moltiplichiamo le opere della cultura dell’accoglienza, opere anzitutto animate da un profondo amore cristiano, amore a Cristo Crocifisso, alla carne di Cristo, opere in cui si uniscano la professionalità, il lavoro qualificato e giustamente retribuito, con il volontariato, un tesoro prezioso.

Servire con amore e con tenerezza le persone che hanno bisogno di tanto aiuto ci fa crescere in umanità, perché esse sono vere risorse di umanità. San Francesco era un giovane ricco, aveva ideali di gloria, ma Gesù, nella persona di quel lebbroso, gli ha parlato in silenzio, e lo ha cambiato, gli ha fatto capire ciò che vale veramente nella vita: non le ricchezze, la forza delle armi, la gloria terrena, ma l’umiltà, la misericordia, il perdono. 

Qui, cari fratelli e sorelle, voglio leggervi qualcosa di personale, una delle più belle lettere che ho ricevuto, un dono di amore di Gesù. Me l’ha scritta Nicolás, un ragazzo di 16 anni, disabile fin dalla nascita, che abita a Buenos Aires. Ve la leggo: «Caro Francesco: sono Nicolás ed ho 16 anni; siccome non posso scriverti io (perché ancora non parlo, né cammino), ho chiesto ai miei genitori di farlo al posto mio, perché loro sono le persone che mi conoscono di più. Ti voglio raccontare che quando avevo 6 anni, nel mio Collegio che si chiama Aedin, Padre Pablo mi ha dato la prima Comunione e quest’anno, in novembre, riceverò la Cresima, una cosa che mi dà molta gioia. Tutte le notti, da quando tu me l’hai chiesto, io domando al mio Angelo Custode, che si chiama Eusebio e che ha molta pazienza, di custodirti e di aiutarti. Stai sicuro che lo fa molto bene perché ha cura di me e mi accompagna tutti i giorni!! Ah! E quando non ho sonno… viene a giocare con me!! Mi piacerebbe molto venire a vederti e ricevere la tua benedizione e un bacio: solo questo!! Ti mando tanti saluti e continuo a chiedere ad Eusebio che abbia cura di te e ti dia forza. Baci. NICO».

In questa lettera, nel cuore di questo ragazzo c’è la bellezza, l’amore, la poesia di Dio. Dio che si rivela a chi ha il cuore semplice, ai piccoli, agli umili, a chi noi spesso consideriamo ultimi, anche a voi, cari amici: quel ragazzo quando non riesce ad addormentarsi gioca con il suo Angelo Custode; è Dio che scende a giocare con lui. 

Nella Cappella di questo Istituto, il Vescovo ha voluto che ci sia l’adorazione eucaristica permanente: lo stesso Gesù che adoriamo nel Sacramento, lo incontriamo nel fratello più fragile, dal quale impariamo, senza barriere e complicazioni, che Dio ci ama con la semplicità del cuore.  

Grazie a tutti di questo incontro. Vi porto con me, nell’affetto e nella preghiera. Ma anche voi pregate per me! Il Signore vi benedica e la Madonna e san Francesco vi proteggano. 

Parole di profonda verità, che proprio per questo ho voluto condividere nel primo post di questo nuovo blog, dedicato in particolare proprio a questo tema.

Grazie per il tempo dedicato alla lettura.

Nicola  Salvi

Fonte: Sito ufficiale del Vaticano www.vatican.va